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Intervistiamo il professor Luigi Campanella, docente di Chimica e nuovamente candidato al Rettorato della Sapienza dopo aver perso per una manciata di voti, a supporto di Gianni Orlandi, la corsa di quattro anni fa contro il duo Guarini-Frati.

Professor Campanella, nel suo programma lei illustra a lungo la questione del Policlinico...
“No, il mio programma si concentra relativamente poco sul Policlinico, anche perché è un tema su cui non ho grande esperienza e sarebbe sbagliato parlarne molto. Direi che la questione che caratterizza il mio programma è la c.d. questione morale, a cui tengo molto. Per questo motivo ho sollevato il tema del Policlinico da un punto di vista più morale e sociale che tecnico, perché troppe volte i programmi universitari si basano su tecnicismi, certamente importanti per il funzionamento, ma non sufficienti. Noi dobbiamo affrontare il problema del rapporto tra l’università e la società. Quando ero studente l’università era considerata il mondo della conoscenza che poteva risolvere i problemi; adesso non è più così perché si è deteriorata la nostra qualità morale. Adesso è considerata un’enclave nella quale ognuno si comporta come vuole, i professori vanno quando possono, i malati a volte vengono trattati bene e altre meno”.

Sul Policlinico scrive comunque che occorre riqualificarne l’edilizia, restituirgli la mission originaria (“supporto organizzativo alla didattica per i medici, gli specialisti e le professioni sanitarie”); come si pone allora di fronte al candidato Luigi Frati, da molti anni preside di Medicina, la facoltà che controlla il Policlinico?
Io penso che sia una persona preparata, intelligente, che sa cogliere bene le occasioni. Secondo me ha scontato il fatto di essere un universitario, di fronte a un dilemma: se il Policlinico debba essere considerato una struttura universitaria o se, essendo un ospedale, debba rientrare nella regionalizzazione della sanità; Frati si è trovato in posizione di conflitto d’interesse dovendo, da un lato difendere gli interessi dell’università e, dall’altro, occuparsi del sistema sanitario nel suo complesso su cui era obbligato a prendere una posizione. Per cui tutte le mediazioni che ha portato avanti, in alcuni casi sbagliate e in altri giuste, hanno sofferto di questa difficoltà. Gestire da una delle due parti il bipolo Regione-Università è difficile”.

Allora in che termini vanno ripensati i rapporti tra la Regione e l’Umberto I?
“Bisogna affrontare il problema del personale universitario che si trova a lavorare in una struttura regionale e quindi trovare una forma di convenzione che possa gestire questa situazione, anche in funzione delle differenze di trattamento economico; equiparare il numero di posti letto al numero di persone che lavorano lì, perché se no c’è un eccesso di spesa non giustificato; inoltre occorre conciliare i due ruoli: un centro di ricerca in cui certe eccellenze devono essere salvaguardate e un ospedale che fa parte del sistema ospedaliero regionale e che deve rispondere a esigenze di servizio dei cittadini. Per esempio, ieri mi ha telefonato una signora che mi chiedeva di aiutarla per cancellare una prenotazione di una visita, ero la diciassettesima persona a cui si rivolgeva per una semplice disdetta”.

Esiste in questa corsa elettorale un cartello anti-Frati?
“Esisteva nelle precedenti elezioni, c’erano candidati riuniti più contro Frati che a favore di taluno. Oggi c’è qualcuno che ha questa posizione ma non mi pare di vedere un accordo così definito tra candidati”.

Lei nella scorsa campagna elettorale aveva stretto un accordo col professor Orlandi, insieme usciste sconfitti (di pochissimo) dalla competizione col duo Guarini-Frati. E’ possibile che si rinnovi il vostro ticket dopo il primo turno di voto?
“Con Orlandi ho molte vicinanze d’opinione. Mi è dispiaciuto che in questi quattro anni si sia allontanato dall’Università, ma in questo ha delle colpe anche Guarini che non ha recuperato nessuno delle forze perdenti. E’ stato un errore di fronte ad una differenza di voti veramente esigua, erano circa 30 voti su 2000. Questo ha portato Orlandi, che era il capofila dei perdenti, ad allontanarsi. Ma io credo che, anche dopo aver perso, il nostro dovere fosse quello di rimanere a difendere i nostri principi. Ma con lui continuano a esserci molti punti di contatto ed è ovvio qualora si creassero le condizioni ne discuteremmo con piena disponibilità”.

La sua analisi degli Atenei Federati (AA.FF.)giunge alla conclusione che una verifica complessiva potrebbe far constatare il fallimento del progetto. Sembra essere l’unico a pensarla così…
“Io sono sempre stato contrario agli Atenei Federati, ho fatto la mia battaglia e l’ho persa. Oggi sono diventato un sostenitore degli AA.FF., nel senso che una volta che sono una realtà, che sono stati fatti tanti passi per la loro costruzione, io li voglio mettere nella condizione di funzionare al meglio per vedere se ero io che mi sbagliavo. Come? aumentando il grado di autonomia in certi settori, aumentando le risorse a disposizione, facendo entrare i presidenti degli AA.FF nella governance dell’Ateneo. Però, una volta che li abbiamo messi in condizione di funzionare al meglio, ci deve essere il redde rationem. Allora fra tre anni dovremo vedere se hanno portato dei vantaggi, oppure dovremo avere il coraggio di dire che è stato un esperimento sbagliato. Magari il fallimento potrà riguardare solo qualcuno di essi, e cancelleremmo solo questi. Dobbiamo comunque uscire dal guado attuale e eliminare l’alibi di chi oggi dice che per valutarli occorre dar loro le risorse”.

Dato che solleva una nuova questione morale e d’immagine per tutti i componenti della Sapienza, le chiediamo se non pensa che l’Ateneo abbia una carenza strutturale in materia di comunicazione.
“Sì, un sistema di comunicazione è fondamentale. Credo che Guarini abbia fatto alcune cose buone, ma una di quelle che gli contesto è la mancanza di una struttura apposita e l’aver confuso l’immagine con la comunicazione. Sono state fatte operazioni d’immagine occasionali, il cui ritorno però dura qualche giorno; la comunicazione invece è un aspetto strutturale necessario per un corretto rapporto con la società”.

Come si può dare il giusto riconoscimento all’ ”attività di quanti lavorano con impegno e dedizione pur in condizione di precarietà”?
“Noi dobbiamo riconoscere a questi giovani in condizione di disagio e precarietà un diritto di attesa, una sorta di graduatoria in cui a ognuno si assegna una posizione in base al valore, all’anzianità e agli anni di sacrificio. Questo significa che chi ha, per esempio, la posizione numero 9 deve sapere per certo che una volta sistematosi il numero 8 tocca a lui senza equivoci. Questo purtroppo non esiste oggi, abbiamo creato un sistema in cui la certezza del diritto non esiste, in cui fortuna e canali privilegiati hanno la meglio sul giusto ordine basato su età, tempi di precariato e titoli conseguiti. Bisogna fissare delle regole e riconoscere il diritto di attesa, in presenza del quale poi il singolo può ritenere di avere troppo tempo da aspettare e decidere di farsi da parte. Ma lasciare nell’incertezza i giovani è un errore clamoroso”.

Alla fine del programma elettorale lei affronta il tema delle pari opportunità e della necessità della presenza di una donna nella governance. Se eletto, nominerà una donna prorettore?
“Sì, intendo fare un prorettore donna e uno ricercatore”.

Come vuole chiudere l’intervista?
“Chi vota per me sappia che gli aspetti tecnici da migliorare saranno affrontati; in particolare la ricerca scientifica, gli Atenei Federati e la governance che voglio molto più snella di quanto accaduto con Guarini. Ma l’aspetto principale del mio lavoro sarà riaprire il discorso coi giovani da due punti di vista: primo, creare percorsi didattici che abbiano degli sbocchi nel mercato del lavoro, non percorsi pensati nell’interesse della classe docente che tende a dividere la scienza in rivoli sempre più piccoli per appropriarsi di settori in modo particolaristico. Secondo, aprire ai giovani delle strade sulla base di un diritto di attesa, che significa riconoscere ad ognuno, al tempo zero, delle condizioni che non vengono più modificate.
Rispetto alla società dobbiamo riaprire la questione morale. Dobbiamo far capire all’esterno che siamo una comunità con delle regole, che rispettiamo i cittadini e che lavoriamo in maniera coesa, non che ci azzanniamo tra di noi come singoli, dipartimenti, facoltà o atenei federati; l’interesse dell’istituzione è superiore a questi”.

Daniele Pluchino